Considerazioni di un Gufo. Un commento all’intervento del ministro Giannini in Senato
Avvertenze
- Chi scrive è in pensione. Salvo quindi tagli generalizzati delle pensioni – ogni tanto se ne parla – il suo reddito è al riparo da ogni ripercussione delle eventuali iniziative del ministro Giannini. Questo è un privilegio, non intendo negarlo. Mi consente infatti di dire cose che possono risultare magari “impopolari” o sgradevoli. Me ne scuso fin d’ora, ma non credo che solo per questo debbano necessariamente essere sbagliate.
- Come fonte per le mie considerazioni ho preferito la registrazione audio di Radio Radicale piuttosto che i resoconti e le sintesi – anche ufficiali – che sono stati diffusi dopo. Poiché si tratta in sostanza non di atti formali, ma di una analisi della situazione e di una serie di dichiarazioni d’intenzioni, il “viva voce” del ministro mi è sembrato preferibile ai documenti ufficiali, che sono sempre frutto di ripensamenti e aggiustamenti.
Giannini ha detto alcune cose importanti, soprattutto perché dette da un ministro. Ha detto che l’educazione musicale nella scuola (quello che ha chiamato “modello flauto dolce”) ha sostanzialmente fallito. Ha detto, e non è una novità ma lo dice appunto il ministro dell’istruzione, che l’Italia è un paese musicalmente analfabeta, non solo a livello di cultura musicale diffusa ma anche a livello di diffusione della pratica musicale. Ha detto che la formazione musicale, al pari di quella linguistica e di quella scientifica, ha tanto più possibilità di successo quanto più precocemente inizia. Ha detto che, con l’attuale sistema, solo pochissimi bambini hanno effettivamente la possibilità di sperimentare la pratica di uno strumento musicale. Ed è vero: tutte le Smim e tutti i pre-accademici sono una goccia nel mare della popolazione scolastica.
Tutto ciò è il presupposto di quanto propone: il percorso verticale (che lei ha definito “unitario”) della formazione musicale va abbandonato, per costruire un sistema che “metta in rete”, dal livello base a quello intermedio degli studi musicali, la scuola generale – nella quale la formazione musicale va fortemente implementata – con le istituzioni deputate, prevalentemente o esclusivamente, alla formazione musicale. Istituzioni, ha specificato, ancora da definire. Scenari, ha detto, da discutere in Parlamento. Scenari che presuppongono comunque lo “scorporo” della fascia preaccademica degli studi musicali da quella accademica. Separandone organizzazione, funzionamento, governo.
Questa impostazione contrasterebbe efficacemente ciò che io chiamo la “selezione inefficiente” operata dai Conservatori di musica. Questi infatti sono prevalentemente popolati da studenti che hanno superato un esame di ammissione da bambini, o da ragazzini. Per carità di patria non parlo di come è condotto questo esame (in molti casi). Ma quanti lo fanno? Non è dato saperlo: i Conservatori si sono rivelati estremamente restii a far conoscere i dati sulle domande d’ammissione (non sulle ammissioni effettuate) quando glieli abbiamo chiesti come sito aasp.it. Certamente i bambini o ragazzini che tentano l’accesso al Conservatorio sono un numero irrisorio rispetto al bacino territoriale virtuale di ogni istituto, cioè alla popolazione scolastica di quel bacino. Un ristretto numero di bambini che per luogo di abitazione, per censo e/o per cultura della famiglia possono, se ammessi, essere accompagnati in Conservatorio due o tre giorni alla settimana. Quindi una selezione ingiusta sul piano dell’accessibilità sociale, e una selezione inefficiente dal punto di vista dell’istituzione. Inefficiente per la poca attendibilità dei test di ammissione (esiste poi un test che possa predire con certezza a 10/12 anni la vocazione a una professionalità musicale? non è solo un lungo percorso a poterlo dire?). Inefficiente perché condotta su una base numerica estremamente ristretta e casuale.
Giannini ha poi detto che non basta aggregare o redistribuire le istituzioni sul territorio così come sono oggi, e così come previsto dalla legge 508/99 (nella parte non attuata). Porterebbe forse a risparmi, ma la questione è oggi, dice, il rilancio del sistema, e la diffusione capillare della cultura e della pratica musicale fin dall’età scolare. Il sistema quindi va scomposto e ricomposto in profondità, e la densità territoriale ne risulterà diversa a seconda dei diversi livelli. Le aggregazioni – su un modello di diffusione regionale o anche in qualche caso interregionale – riguarderebbero il livello accademico, che dovrà comprendere il livello magistrale (Biennio) e anche il livello del dottorato oggi assente, come scontano dolorosamente i nostri ragazzi che vanno all’estero e si misurano con i loro colleghi in Europa. Le aggregazioni dovrebbero tener conto sia dell’ampiezza del bacino d’utenza, sia delle caratteristiche e vocazioni dei vari distretti territoriali.
Meno chiaro è il discorso del ministro sul primo livello accademico, visto che ha citato per la “nuova” distribuzione territoriale solo il titolo magistrale e il dottorato. Forse pensa, per il triennio, a una distribuzione territoriale intermedia fra quella dei pre-accademici e quella delle istituzioni superiori con titolo magistrale e dottorato. Forse.
Ne consegue comunque che un certo numero delle attuali sedi/istituzioni conserverebbe solo il livello pre-accademico, in un rapporto di “rete” con il sistema scolastico generale che consenta l’accesso (senza esami di ammissione) alla formazione musicale più approfondita, o pre-accademica, ai ragazzi che lungo il percorso scolare vengano manifestando attitudini più spiccate.
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A questo disegno non si può negare l’onore della ragionevolezza. In fin dei conti, si tratta dello stesso principio che ispirava i grandi progetti generali di riforma della musica nella scuola fin dagli anni ’70 e ’80 del Novecento: quando io ero giovane e speranzoso. E del resto, non si è sempre criticata la legge 508 (generata, non si dimentichi, per non dire imposta da un vincolo internazionale, il “Processo di Bologna”) perché cominciava dal tetto? Ecco che Giannini vuole costruire anche le fondamenta e i piani inferiori.
Che poi questo disegno comporti delle difficoltà di realizzazione in ordine allo stato giuridico ed economico dei docenti, per verità è questione d’altra natura, che non dovrebbe condizionare a priori ogni riflessione e ogni progetto. La riforma delle Poste non si fa per i postini.
Una breve annotazione vorrei fare sull’intervento di Giannini a proposito della governance degli istituti. Mi sembra si sia creato un equivoco, dovuto all’improprio uso della parola presidente da parte del Ministro. In realtà ascoltando le sue parole si capisce abbastanza bene che si ipotizza un’unica figura elettiva, anche esterna, sul modello del rettore universitario: che unisca cioè le prerogative oggi divise fra direttore e presidente, e presieda sia il Cda che il CA. Il direttore amministrativo si trasformerebbe in direttore generale, designato dal Cda come oggi avviene solo in teoria, visti i meccanismi del reclutamento.
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Come si usa dire, il problema però è un altro.
Dall’insediamento dell’attuale governo sono passati 26 mesi. In questo periodo si è continuato – come già in precedenza – a intervenire sul settore Afam non con gli atti necessari al completamento della 508 ma con provvedimenti spot, slegati da qualsiasi richiamo a un disegno generale. O meglio, se un disegno era sotteso, era quello di ritenere impossibile il completamento della 508. E di ciò l’intervento del ministro del 30 marzo al Senato è la conferma. Per di più, questi interventi spot sono stati disseminati in provvedimenti eterogenei – leggi di stabilità, leggi sulla scuola generale – il che oltretutto rende difficile la semplice conoscenza delle norme vigenti.
Ora, dopo 26 mesi di Cantieri, di Chiamate alle arti e quant’altro, il ministro ci dice finalmente come vede la faccenda. E si scopre che il suo disegno non è quello contenuto nei voluminosi papiri appunto dei vari Cantieri e Chiamate alle arti: non si era mai parlato, per esempio, di separazione istituzionale e territoriale del livello pre-accademico. E non è cosa da poco: per le questioni giuridiche del personale, ma sopratutto per le implicazioni di carattere didattico che deriveranno dall’abbandono dell’istituzione “verticale” che gestisce al suo interno il curricolo dall’inizio degli studi al diploma. Implicazioni che potrebbero essere salutari, voglio essere chiaro: il concetto di “scuola” che si trasmette solo con l’esempio pratico, senza alcuna mediazione culturale, e che deve essere omogenea lungo tutto il percorso, è vecchio e meriterebbe una riflessione collettiva dei docenti. Però implicazioni didattiche così ampie presuppongono un lavoro di aggiornamento, di riflessione, di riqualificazione del corpo docente che andrebbe messo, questo sì, in cantiere.
Un breve commento anche a quanto esposto sul tema del reclutamento. Giannini sintetizza efficacemente le criticità della questione, e sottolinea come la 508 aveva posto le premesse per un reclutamento più dinamico, con competenze aggiornabili e assunzioni flessibili, ma dice che ciò non è avvenuto perché non è arrivato il regolamento previsto.
E perché mai non è arrivato? Forse un ministro dovrebbe dirlo.
Quanto al merito della questione reclutamento, fermi restando i principi dell’autonomia e dell’autogoverno delle istituzioni e la necessità di riportare a fisiologia l’andamento delle assunzioni, Giannini dice che ci sono solo ipotesi. “Potrebbe essere immaginato in vario modo”, cito testualmente. La sua ipotesi, che propone “come pura analogia con il mondo universitario”, è quella di un concorso nazionale e la chiamata da parte delle singole istituzioni.
“Potrebbe essere immaginato”? Siamo ancora a questo punto?
In conclusione: mi sembra comunque positivo che il ministro abbia espresso la sua “visione”. Che per molti aspetti personalmente apprezzo. Peccato che per arrivarci ci siano voluti 26 mesi di governo: per realizzarla non ce ne vorranno certo di meno. Quanto tempo ancora Giannini pensa di rimanere? O si accontenterà di aver fatto da Ufficio Studi al suo successore, che peraltro ricomincerà tutto daccapo?
Forse, era meglio completare la 508.
Sergio Lattes
Il posto delle more: nuovi accreditamenti entro il 18 maggio
Con Nota del 13 aprile 2016 n.9843 il Miur ha fornito le indicazioni operative per l’accreditamento dei corsi di primo livello per il prossimo a.a. 2016/2017. Le istituzioni dovranno comunicare al Ministero le loro richieste entro il 18 maggio p.v. al fine del loro invio alla Commissione costituita con il decreto dipartimentale n. 2326 del 19 ottobre 2015 presso il Dipartimento della formazione superiore e per la ricerca, Commissione che, nelle more della ridefinizione delle procedure per la rielezione del Consiglio nazionale per l’alta formazione artistica e musicale, svolge le valutazioni tecniche relative agli ordinamenti didattici dei corsi Afam.
Un’altra interrogazione per il Ministro. Da ottobre sono 24.
Il 6 aprile scorso il senatore Giuseppe Ruvolo ha presentato l’interrogazione 4-05591, la ventiquattresima in sei mesi sul settore Afam.
Partiamo da qui!
Come sappiamo, siamo alla vigilia di profonde trasformazioni e da ogni parte giungono inviti a fare qualcosa, ad agire per tentare di far sentire la nostra voce di docenti.
Quali sono però le idee che la maggior parte di noi condividono? Quali le iniziative da promuovere? Come organizzarle e porle in atto? Per cercare di avviare un percorso realmente partecipato, nei mesi scorsi abbiamo deciso di creare una piattaforma che fosse anzitutto uno spazio aperto di discussione e di confronto. Prima l’avvio del sito di informazione, poi la parte dedicata alla registrazione dei docenti e alla creazione dei gruppi. Oggi invece lanciamo una nuova sezione, che abbiamo chiamato Partecipazione, che ci permetterà di raccogliere le opinioni di tutti i docenti attraverso sondaggi, questionari o votazioni.
Partiamo da qui, poi decideremo insieme come prendere parte e posizione sulle molte questioni che oggi più che mai necessitano una nostra attiva presenza.
INIZIATIVE
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Petizione Rete 29 aprile
Si segnala la petizione lanciata alcune settimane fa su change.org da Rete 29 aprile per chiedere le immediate dimissioni del Ministro Giannini. Si può sottoscrivere la petizione da questo link.
Ma chi suggerisce al Ministro?
È stata questa una settimana piuttosto densa di avvenimenti per il mondo Afam: dapprima l’audizione del Ministro Giannini presso la VII Commissione del Senato, poi l’accordo siglato presso l’Aran che ha condotto alla chiusura del Comparto Afam e alla sua confluenza nel nuovo Comparto dell’Istruzione e Ricerca (il nome Comparto della Conoscenza, scelto in un primo tempo, richiamava forse troppo l’idea di una loggia o di una setta gnostica).
Sul secondo tema potete leggere altri articoli su questo sito. Vorrei brevemente soffermarmi sul primo per cercare di capire non tanto quale sia la scaturigine prima delle confuse proposte ministeriali, ma piuttosto per verificare quanto quelle proposte siano pensiero diffuso e condiviso tra gli attori e gli stakeholders (aiuto!) del mondo Afam.
Circa quindici mesi fa l’A.N.V.U.R. (Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca) ha prodotto un suo pregevole contributo al Cantiere Afam dal titolo «Il futuro dell’AFAM italiana. Come uscire dalle sue contraddizioni e riordinarla in senso europeo». Vi si legge nel Capo I (I problemi attuali del rapporto tra AFAM e Università e le possibili soluzioni):
Si dovrebbe quindi procedere a una differenziazione delle istituzioni esistenti con la conseguente riallocazione della docenza e definizione del suo carattere.
La differenziazione potrebbe avvenire secondo la seguente articolazione in fasce:
Accademie nazionali musicali e artistiche (con trienni, bienni e equivalente del dottorato);
Conservatori regionali e Centri di formazione artistica superiore (solo triennio e biennio?);
Istituti musicali e centri artistici inseriti nella formazione professionale di terzo livello, creando un settore di Istruzione Artistica Superiore (solo triennio?)
A proposito della docenza l’A.N.V.U.R. consigliava:
- Per le Istituzioni che accedono al livello universitario “pieno” (con dottorato), l’introduzione di un sistema di valutazione e reclutamento affine a quello universitario, con abilitazioni nazionali e concorsi locali, abolendo le graduatorie, e parificando il trattamento (validità delle abilitazioni universitarie già ottenute per i settori per cui esiste una corrispondenza );
- La conciliazione di questo meccanismo con le particolari esigenze di elasticità del sistema AFAM, per esempio attraverso un più agile uso delle chiamate per “chiara fama”, anche per periodi temporanei, stabilendone al tempo stesso regole, controlli e limiti; e attraverso l’abolizione dei vincoli esistenti, come quelli che impediscono ai professori d’orchestra l’insegnamento nei conservatori;
- L’elaborazione di meccanismi diversificati per le Istituzioni destinate a muoversi in orbita regionale. Appare comunque necessario muovere verso il definitivo scardinamento del meccanismo delle graduatorie, il cui punteggio è legato agli anni di insegnamento e non alla qualità artistica, cosa inappropriata per un sistema di “alta” formazione artistica e musicale, anche di livello regionale;
E soprattutto, dato che il tema erano I problemi attuali del rapporto tra AFAM e Università e le possibili soluzioni:
Vista l’evoluzione della cultura internazionale e della presenza italiana nel mondo odierno, si dovrebbe prevedere l’allargamento a pochi (3-4?) istituti di alta formazione gastronomica e culinaria (da costituire in collaborazione con Università del gusto?).
Da Brunetta ad Aristotele, tra comparti e quintessenza.
Ci avevano assicurato essere l’ex-ministro Brunetta un discepolo di Empedocle, e più dell’opera Sulla Natura che delle Purificazioni. Al filosofo agrigentino si era chiaramente ispirato nella stesura, ben sette anni fa, del suo D.L. 150, là dove in ossequio al suo antico maestro aveva previsto all’art.54 che i Comparti di Contrattazione dovessero essere quattro, e non uno di più.
Per mesi a chi postulava una “soluzione intermedia” per il Comparto Afam, che evitasse l’assorbimento nel maxi-comparto con Scuola e personale non-docente dell’Università, in attesa di una pubblicizzazione del rapporto che il Governo ripeteva essere prematura, veniva risposto che tale soluzione non era possibile, tanto per la modesta consistenza numerica dell’Afam, quanto soprattutto per le premesse empedoclee dell’autore del D.L. 150: i Comparti, gli “elementi” della Pubblica Amministrazione, sarebbero stati solo quattro.
Ora però scopriamo che uno degli esiti dell’incontro del 4-5 aprile u.s. è stata la creazione di un quinto compartino, o nano-comparto, assai più esiguo dell’ex-comparto Afam, cui afferiranno i dipendenti della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Poco più di 1900 dipendenti, 282 dirigenti (uno ogni 7 dipendenti…), retribuzioni medie che superano del 35% quelle degli altri ministeri nelle voci fisse, e del 95% nella busta paga totale (fonte: articolo di Gianni Trovati su «Il Sole 24 Ore del 29.02.2016): insomma, la quintessenza della Pubblica Amministrazione. Ma come ha fatto un nano-comparto che raccoglie lo 0,07% del personale pubblico a rimanere autonomo, a non venire ingoiato dai Compartoni di Brunetta-Madia? Pare il problema stia nel fatto che i decreti attuativi della riforma, tre finora, scritti appunto dal Governo, si siano ben guardati dall’indicare l’art.54 tra quelli applicabili alla Presidenza del Consiglio, spianando la strada alla soluzione anti-empedoclea raggiunta all’Aran.
Qui di seguito un elenco dei pochi dirigenti (336 compresi i “titolari di incarichi di diretta collaborazione”) e il trattamento economico delle 24 “figure apicali” del nuovo nano-comparto quintessenziale.
L’éducation musicale, une mission à partager
Da molti anni si parla dei Conservatori francesi come esempio al quale ispirarci per la riorganizzazione della formazione musicale del nostro paese. Non voglio soffermarmi sul loro assetto didattico, organizzativo ed economico, nelle prossime settimane cercheremo di farlo con dati e documenti. In questa sede vorrei limitarmi a segnalare un breve testo che l’Association Conservatoires de France ha pubblicato all’interno di un documento intitolato “Manifesto per l’insegnamento artistico pubblico“. Una sorta di carta dei principi da condividere e difendere come insegnanti ed artisti.
Società e Conservatori nel XXI secolo
Al servizio dell’arte, della sua conservazione, della sua riproduzione, della sua diffusione, della sua creazione e del suo avvenire, l’insegnamento musicale – resistendo alla cultura di massa uniforme e alla sua logica di mercato – deve formulare delle offerte di pratiche e di arricchimento culturali in grado di rispondere alle aspettative di ogni individuo, quale che sia la sua situazione e la sua origine sociale. Tener conto dell’insieme delle culture deve essere considerata come una condizione centrale della missione e dell’esercizio delle strutture di insegnamento artistico.
In una società in profonda mutazione, marcata dall’ingiunzione all’individualismo e dalla sopravvalutazione della prestazione, […] l’educazione e l’insegnamento artistico impongono al contrario i tempi della scoperta e della maturazione indispensabili alla costruzione dell’individuo e del cittadino. Gli spazi pubblici permettono l’organizzazione del tempo dell’incontro, rivendicando pazienza e continuità. […] Luoghi di formazione, di pratica, di cultura e di arte.
Per chi fosse interessato a leggerlo integralmente (in francese) questo è il pdf e questo il link al loro sito.
Un discusso accordo.
Firmato stanotte l’accordo tra Aran e O.O.S.S. per la nuova definizione/accorpamento dei Comparti di Contrattazione. L’Afam con Istruzione e Ricerca.
Qui di seguito la
la bozza di accordo pubblicata da Orizzonte Scuola,
il comunicato stampa FLC-CGIL,
la dichiarazione della segretaria CISL-Scuola,
il Comunicato Unams dal sito di quel sindacato,
il comunicato del sindacato della scuola Anief,
il comunicato ufficiale dell’Aran e le
dichiarazioni del suo presidente.